Bar Snob – Episodio LXXXVIII (XVII-III) – 27 II 2018

Ora ve lo posso dire, che lì per lì, forse non stava bene, ma poi non si può mica far finta di nulla: prima di iniziare la diretta sono rimasto poco meno di mezzora a fissare il bancone/consolle del Bar Snob e con il forte desiderio di non aprire. Ci sono serate così. Ma alla fine ero lì, avevo un impegno e mi sembrava giusto provarlo ad onorare nel migliore dei modi. Poi i risultati si sono sentiti. Che dire: se non fosse per La Ragazza del Meteo e per il pezzo “A sua insaputa”, per Yuri che mi ha scritto, per i To Rococo Rot e quindi Max, vi direi quasi di non ascoltarla questa puntata. Insomma, se ogni tanto skippate non mi offendo: io lo farei. Vedete voi…

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COPERTINA

A volte anche al Bar Snob, come ad ogni bancone che si rispetti, si ama parlare del tempo che fa, del fatto che non esistono più le mezze stagioni e soprattutto che le previsioni non ci azzeccano più. E non sto parlando della Ragazza del Meteo, che alla fine tira fuori di tutto, fuorché il meteo…

Ma a proposito di clima, visto che in questi giorni non si discorre d’altro, in particolare con spregio per la situazione romana. Credo anch’io che una capitale europea che si blocca per pochi cm di neve non sia una cosa bella da vedere e di certo non ce la si può cavare con un’alzata di mani a ‘mo di resa e non cercare di migliorare la situazione in prospettiva futura.

Sentendo però l’insistenza e lo sdegno apocalittico dei commentatori e leggendo le critiche a dir poco feroci da parte dei comuni frequentatori dei social e dei luoghi che frequento, mi è venuto d’istinto fermarmi un attimo a ragionare sulla cosa in senso più ampio, perché quando c’è tutto questo sdegno, mi piace valutare se è poi appropriato, oltre che sollevato da appropriati.

Forse sarò solo il solito bastian contrario, ma partendo anch’io da una posizione simile a quella dei più, cioè che era un’indecenza vedere tribunali chiusi e mezzi pubblici fermi per una spolveratina di neve, mi sono trovato a guardarla da un’altra prospettiva.

Ditemi se è domanda stupida da farsi la seguente: ma è mai possibile che non ti puoi fermare un giorno?

Sospetto che la stragrande maggioranza mi direbbe che, sì, la mia è un’affermazione stupida, fuori di senno e irrealizzabile: che mi piace sognare e con i sognatori non si va da nessuna parte, perché il mondo non si può fermare e che il sistema deve girare, sennò sai quanti soldi persi ogni secondo, quanti affari sfumati per non aver risposto a quella mail e via così.

Forse è così, smetto di darvi ulteriori motivi per giudicarmi un ingenuo o peggio uno stupido, ma mi permetto un’altra domanda: davvero non vi preoccupa che le cose siano sul serio così?

A me un po’ sì, lo ammetto. Ed esco dal caso specifico, in effetti poco difendibile nella sostanza, ma mi permetto di metterlo in un contesto generale di modalità in cui pensare alla vita.

Perché questa cosa dell’irrealizzabile mi sta mettendo un po’ d’ansia, lo ammetto.

Non faccio altro che sentire persone lamentarsi per qualcosa e appena ti azzardi ad abbozzare che per risolvere il problema bisogna forse valutare un cambio di sistema, mi sento occhi sgranati addosso ed abbaiare in faccia, perché la cosa è semplicemente irrealizzabile. Punto: non si può andare oltre nella discussione.

Di cosa parlaiamo?

IR-RE-A-LIZ-ZA-BI-LE!

E allora cosa vogliamo fare? Spiegatemelo un po’, perché a volte sono confuso.

Vogliamo solo lamentarci per il gusto di farlo o per sottolineare che non siamo insensibili, però, a conti fatti: che farci!?!

Mangiamo biologico, ma non è possibile ridiscutere il sistema? No perché, per fare un esempio facile e di cui immagino avrete sentito parlare in giro: se il mondo è troppo inquinato e a causa di questo il clima sta cambiando, dire che un’inversione è irrealizzabile è un po’ come dire che piuttosto che rivedere lo standard in cui stiamo oggi comodamente adagiati, preferiamo scrociarci certamente contro un muro, fra poco e porre fine a tutto, non per scelta ma per obbligo. Come dicono da un po’ quelli che ne sanno, ci troveremo in una posizione problematica e forse irreversibile per lungo tempo.

Ma sai cosa?

Basta non pensarci e farsi un aperitivo, che abbiamo bisogno di rilassarci, non possiamo mica sempre parlare di cose serie e pesanti: eccheccazzo! Divertiti un po’, guastafeste! Vieni che ci facciamo un selfie e poi ci spariamo due Spritz e discutiamo dell’ultimo tatuaggio della commessa del Centro Commerciale. Che poi, sai: qui si corre sempre, mica c’è anche il tempo per fermarsi e pensare all’assurdità in cui ormai giriamo vorticosamente.

Altro che cane che si morde la coda, qui della coda ormai non è rimasto che un moncone e a breve inizieremo a rosicarci il sedere.

Autosodomia bella e buona!

Che poi smettiamola di girarci intono e ammettiamolo: oltre alla pigrizia e al deleterio egocentrismo, c’è che non vogliamo scegliere!

Non ci piace la responsabilità! Siamo più attenti a creare alibi, che soluzioni.

Abbiamo troppa paura di scegliere. Il sottofondo costante di litanie di autoassoluzione non serve ad altro che…già la solita solfa dei paraculo e di cui abbiamo già parlato decine di volte…scusate la ripetizione.

Quindi ciò che è irrealizzabile è forse da vedere, più che in un assurdo senso assoluto, come irrealizzabile alla luce della stasi in cui ci siamo incatenati e nella quale aspettiamo ubriachi di urbanismo e smartismo mentre sgranocchiamo pop e pop-corn?

Abbiamo creato un mondo basato sugli aperitivi, dove sfoggiare cultura, sfogare lamentele, dare la colpa agli altri per ciò che non funziona, godere del giusto relax: che non si può mica solo lavorare. Eh!

Ma torniamo al tempo e non me ne voglia la Ragazza del Meteo a cui non voglio mica rubare il mestiere, solo per dire che sì, una capitale bloccata per due dita di neve dà idealmente noia anche a me, ma non perché non è possibile fermare il mondo per un giorno, che quello lo vedo il male minore in una società che sa andare oltre al concetto di irrealizzabile, anziché adagiarsi su questa scusa, mentre ordina la seconda birra piccola e spilucca i crostini del buffet.

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LE RUBRICHE

LA RAGAZZA DEL METEO

meteoA parte che qualcuno potrebbe prenderla male a definire quella di fritto “puzza”, almeno qui dalle nostre parti, questa volta mi pare che la nostra Ragazza del Meteo non abbia nemmeno desiderio di fare due + due! Eh, dai! Se uno è falso e ama vincere barando, non è che è interessato ad essere sgamato, la sua soddisfazione è probabilmente più quella di uscirne pulito, nonostante l’anima piena di caliggine. Insomma uno che è proprio falso non ha interesse a che gli altri lo ammettano sincero, ma solo che la sua immagine sia inattaccabile. Perché si diverte proprio a vedere le persone oneste e vere sbavare bile, mentre lui la fa franca. Infatti non cercano proprio di rimediare all’odio con i sorrisi: sorridono mentre te la infilano per benino, secondo me…no? 

Meteo.

Certe robe ti restano attaccate, puoi fare di tutto per nasconderle e renderle meno visibili, ma non ce la fai. Come la puzza di fritto, la puzza di fritto non la copri. Ti avventuri nella folla avvolta da questa aurea unta, ti sentono da metri e metri, tu fai la disinvolta, ma lo sai che ti hanno già tanata. E come il fritto anche certi atteggiamenti ce li hai lì, spalmati in faccia, fai finta, ci provi, sorridi, speri che una battutina cretina distolga l’attenzione da quell’alone di falsità costante che ti circonda, ma non funziona. Solo che la puzza di fritto con una buona dose d’acqua e sapone va via, la falsità no. IMG_4204Non esiste niente che possa nasconderti la falsità dalla faccia, men che meno quello che pensi appaia come un sorriso, mentre invece non è altro che il ghigno tipico di chi sta valutando se sei un ostacolo da eliminare o uno strumento da sfruttare.
Ecco, per favore, se siete falsi, almeno, abbiate il buongusto di non sorridere, siate schifosi fino alla fine, lo sapete voi, lo sappiamo noi, perché nascondersi?

Infatti, come disse qualcuno “Com’è stupido colui che cerca di rimediare all’odio degli occhi con il sorriso delle labbra.” (Khalil Gibran)

LA RAGAZZA DEL METEO

SCHEGGE SONEEKE

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To Rococo Rot “She Understands” 12″ (Fat Cat, 1998)

Nome palindromo, provenienza teutonica (Berlino), atmosfere fra il rarefatto, l’onirico e lo scompigliato. La risposta Mitteleuropea ai viaggi di Aphex Twin? Ci sono differenze sostanziali: più caldi, più suonati (anche in senso di “storditi”), meno zigzaganti e schizofrenici, ma se proprio si vogliono ficcare i tre To Rococo Rot in un calderone, la produzione Warpiana potrebbe rispondere a questo posizionamento base, almeno in parte. Loro però si fermano a sud rispetto a Londra e quindi alla sede della Warp, per la precisione a Brighton e arrivano alle orecchie internazionali, grazie a Fat Cat prima, poi per la connazionale, anzi concittadina City Slang di Christof Ellinghaus ed ancora il salto “major” con Domino/Mute, poi addirittura un passaggio nella storica Sub Pop. Nomadi di label e di suoni, caratteristici di un ambient a tratti più ritmata a volte davvero impercettibile e impalpabile. Uno dei gruppo che senza Max, probabilmente non avrei nemmeno sentito nominare (io come immagino molti di voi), ma che grazie a lui sono arrivati a rivestire un ruolo importante nei miei ricordi musicali. Come altre cose, all’epoca delle uscite degli anni ’90, troppo diversi da ciò che m’interessava all’epoca. Da qualche annetto, perfetti per un ripescaggio che ancora una volta mi fa capire quanto ci sia da imparare nel solo varcare la soglia della Soneek Room di Spezzano (Casa Corsini) e nel mettere le orecchie sui solchi custoditi nella collezione di vinili che fu di Max. Davvero difficili per chi non ha ancora voglia di staccare da ascolti più lineari, imprescindibili da chi si annoia ormai anche di fronte a bei dischi, che però sono ormai troppo carichi di eco e riverberi di ciò che si già vissuto nel proprio passato.

VINILE IN SPOLVERO

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Yasushi Ide presents Lonesome Echo Strings “Plein Soleil” 12″ (Warner Japan/Yellow, 1999)

Sul finire degli anni ’90, forse desideroso di rompere un po’ con un decennio abbondante di ascolti legati al rock più tradizionale prima, poi quello più “giovane” che mi ha permesso di passare le ondate del grunge prima o dell’era pop britannica poi, senza dimenticare l’elettronica più rockeggiante e il ritorno di suoni diretti come quelli legati al Nu-metal/Crossover, mi sono preso una cottarella per la musica house più raffinata e per certi versi fighetta. In realtà una vecchia passione, perché anche a fine anni ’80 e inizio proprio dei fatidici 90’s, non ho mai disdegnato ascolti che mi portassero fuori dal rock a favore del soul, dell’house e dell’R&B, che in quel momento stavano fra l’altro vivendo un momento particolarmente d’oro. Passione sacrifica a (ahimè), per lunghi anni rinnegata, ma al cuor non si comanda e con i giusti stimoli, ricadervi dentro fu un attimo. C’erano amicizie giuste, locali giusti e il momento era quello giusto. Il sabato sera a programmare suoni duri dalla consolle, ma durante la settimana desideroso di uscire da quello che stava rischiando di divenire e temo sia in effetti diventato, un vicolo cieco. Largo quindi ad acquisti diversi, senza badare troppo al nome, ma aguzzando l’ascolto in lunghi pomeriggi passati in negozi di dischi ad ascoltare, selezionare e praticamente sempre acquistare. L’etichettina in un angolino della copertina, mi ricorda che questo disco usciva da una di queste sessions di ascolti al Groove di Modena, negozio nel quale se entravi, sapevi che saresti uscito proprio con suoni più morbidi, delicati. In questo caso un produttore nipponico, a stregarmi con un brano dal ruffianissimo cantato in francese e un paio di versioni davvero accattivanti. Una più “dritta”, da pista, l’altra più da “ascolto”, dalle ritmiche sincopate. Sospetto che all’ora feci mio questo 12″ per la versione houseggiante, per l’ascolto della serata ho invece preferito rispolverare il lato B, che si apre con un’operazione più jazzata ed elegante. Bello cambiare prospettiva, col passare degli anni: si trovano dischi nuovi nella propria collezione anche se lì da poco meno di 20 anni…

THE LITTLE R’N’R SWINDLE

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The Kooks “Konk” CD (Virgin, 2008)

In concomitanza con lo scavallamento nel nuovo millennio per le band era vietato avere un nome che non potesse sostenere il “the” iniziale. A dire la verità anche i Beatles si chiamavano “The Beatles” i Doors, “The Doors”, perché è poi solo grammatica inglese (di cui io sono piuttosto carente, ma fin qui ci arrivo) e allora cosa cambia? Che qui ci si spingeva dietro per rendere la cosa particella fighetta, più che grammaticale. Se nelle grafiche del passato il “the” a volte scompariva o più spesso ridotto, qui diventa parimenti importante al nome. Sì, proprio la generazione dei “The qualcosa”. Spesso nomi corti, veloci: smart si direbbe oggi, come quello del quartetto di Brighton protagonista del ripescaggio di oggi. Rubano il nome ad un pezzo di David Bowie (senza the) e si presentano fulminei con nome di Ko..pardon… The Kooks. Pop rock frizzante e a tratti piacevole, ben fatto. Suoni che viaggiano bene sul disimpegno a far muovere il piedino: rock’n’roll che fa il suo mestiere. Alcuni singoli azzeccati che vanno anche in classifica e fa pensare a questi giovinastri d’oltremanica come alla nuova “the next big thing”: come altre centinaia in quel periodo. Band carucce che tornano a far rivivere i 60’s, non tanto o solo nei suoni, ma soprattutto nell’impostazione dell’industria discgrafica, che ne brucia a raffica, come un fumatore incallito fa con le proprie sigarette. Buonissimo il primo tiro della prima del mattino, poi il resto è vizio, abitudine, necessit o tic nervoso. Arrivare in fondo al primo disco fa dire: beh, carini, però non arrivano nemmeno al secondo album. E invece sono andati fino al 4° e ufficialmente sono ancora assieme, quindi, chissà; solo che dopo aver storto il naso in fondo all’ascolto di “Inside In/Inside out” (l’esordio), mi chiedo a tutt’oggi perché abbia insistito e abbia voluto mettere sui miei scaffali anche “Konk”…di The Kooks, che non è mica un insulto alla musica, ma quegli Eurini erano meglio spesi in birre. Il titolo dell’album riprende il nome dello studio in cui la band ha registrato: insomma in quanto a fantasia non sono sfaticati solo con gli accordi e gli arrangiamenti, son proprio così: graziosi, ma pigri e alla lunga non proprio indispensabili: almeno dalla fine del primo album in poi.

A SUA INSAPUTA

fassbinder.jpgLa storia della cittadina in cui sono nato, vissuto e cresciuto si è sempre dovuta dividere fra la gloria dell’industria ceramica e l’assoluta inezia di fronte ai movimenti culturali più struggenti e urgenti che da tutto il mondo invadevano anche Sassuolo. Dicevano che si stava troppo bene da noi per impelagarsi con il sudiciume delle sottoculture e il caos dei concerti delle cover band. Le balere non mancavano ed effettivamente anche i soldini, mediamente, abbondavano. Nonostante questo in riva al Secchia arrivarono oltre ai paninari e ai tavoli in discoteca e la cocaina, anche l’eroina, l’urgenza hardcore e idee fuori dal nazionalpopolare. La bandiera, per diversi anni, era ben piantata sotto la zona collinare: una ex scuola in disuso, nei pressi di un quartiere prima periferico e per molti poco raccomandabile, poi sempre più residenziale e “perbene”. Era il Fassbinder, esperienza che squarciava di netto il controllo culturale sulla capitale di Piastrella Valley. Tanto sudicio, quanto vivo, orizzontale e urgente. Un fulmine di vitalità e presenza altra in un’altrimenti sonnecchiosa e svogliata città dormitorio. Nonostante fosse lontana dello scintillio dei viali centrali, venne fatta tacere: per poter dormire meglio e da allora le  cose, per la cultura fuori controllo, vanno proprio così. Dorme orfana di un luogo simbolo, ma anche fisicamente in grado di raccogliere ragazzini altrimenti in balia della TV e della solitudine cibernetica. 

Ci manca il Carani, certo. Ma forse ci manca di più il Fassbinder

Nelle carenze culturali della città di Sassuolo vanno al primo posto la mancanza di un teatro e di un cinema, lo sappiamo e non c’è bisogno di ripeterlo.

A tutti manca il Carani, a chi come icona di un glorioso passato in cui il teatro era centro della vita culturale della città (anche perchè la rete non esisteva, la tv satellitare nemmeno), a chi come edificio storico che ha visto passare tutti i sassolesi illustri, a chi semplicemenmte perchè manca una sala per manifestazioni da oltre 99 posti (e il Crogiolo risolve solo parzialmente il problema).

Ma a Sassuolo manca anche altro: e forse manca soprattutto qualunque luogo di cultura “alternativa”. Ci manca un Circolo Fassbinder, forse ancora di più del Carani. Perchè per sopperire alla mancanza dello storico teatro tutti si sono fatti in quattro. Adesso c’è la stagione del Crogiolo Marazzi, le associazioni si occupano della Primavera all’Auditorium Bertoli. La primavera e l’estate porteranno alle classiche serate musicali in piazza, al cinema estivo e alle letture al Parco Vistarino. Insomma per dare ai sassolesi doc la loro moderata dose di rassicurante cultura, tutti si adoperano al massimo delle possibilità.

Sì, ma tutti gli altri?

A pensarci bene la normalizzazione culturale è stata forse uno dei più grandi e completi risultati ottenuti dall’amministrazione di destra nei suoi cinque anni di mandato. Quando si insediarono c’erano il Circolo Fahrenheit, il Centro giovani, le Sale prova, il Temple Bar e il Circolo Fassbinder. Quando se ne andarono non c’era più nulla. Tutto chiuso e finito, polverizzata la cultura alternativa, quella giovanile, quella che del resto un assessore alla cultura chiamava “kultura”, tanto per far capire che non la riteneva tale.

Sassuolo aveva un panorama di spazi alternativi invidiabile. Il Circolo Fahrenheit e lo stesso Temple Bar organizzavano serate e concerti, rassegne cinematografiche e teatrali estive e invernali (storica la battaglia in consiglio comunale del futuro sindaco di destra contro la rassegna chiamata “I mediocrissimi”, dedicata ai B Movie nazionali e ritenuta niente più che spazzatura).

Ma per chi voleva andare ancora di più fuori dagli schemi c’era il Fassbinder. Uno spazio che nel circuito punk nazionale era tenuto in grande considerazione, dove approdavano gruppi da mezza Europa e dove si tenevano concerti e rassegne. Derubricato dalle amministrazioni comunali (non solo quella che lo chiuse ma anche quelle precedenti, che avevano comunque in animo di farlo) a un fatiscente palazzo di punkabbestia drogati.

Sbagliato. Il Fassbinder era una scintilla nel panorama cittadino fatto di una cultura che viaggia col pilota automatico. Lo era anche il Temple, che dopo la macerie ha lodevolmente ricostruito un suo spazio e una sua reputazione, senza poter comunque spaziare come avrebbe fatto un tempo. Il motivo, non certo lo scarso impegno dei ragazzi che lo gestiscono ora: piuttosto l’eterno problema dei sassolesi che vogliono dormire. In fondo il Fassbinder fu chiuso per non perdere i voti di alcuni condomini che mal sopportavano la musica in alcune serate. E il Temple ha ridotto le sue attività esterne per lo stesso motivo, puntando soprattutto sul bellissimo Youth Festival, che però dura solo quattro giorni durante i quali i poveri organizzatori devono pensare più a difendersi dal vicinato che a organizzare i concerti.

La verità finale è che mentre cittadine vicine rifuggono la definizione di città dormitorio, e per esempio Fiorano ha una Soneek Rooom per fare musica e concerti, le sale prova, una emittente radio rock che vive da quarant’anni; oppure Castellarano con il circolo Celsius continua la tradizione che fu del Temple e del fahrenheit, di dare spazio a tanti gruppi indie ed emergenti, Sassuolo nella definizione di città dormitorio ci si riconosce in pieno. Anche la cultura proposta deve garantire sonni tranquilli, mentre si sa che la “Kultura” fa spesso rumore.

WILLY RAGAZZI (26 II 2018 dal Blog “La Bretella”)

SCALETTA MUSICALE

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