Le sirene dell’omologazione

Leggendo un post di Facebook di un amico, che fra l’altro fu uno di coloro che più mi spinsero ad aprire questo blog e a scrivere, sono arrivato a leggere una lunga riflessione di un genitore sull’opportunità di lasciar colorare i capelli di rosso al figlio adolescente. Penso assolutamente valga la pena fare la cresta su questo pensiero, che ho rapito e che qui potete trovare in integrale ed originale.

Per chi non avesse malauguratamente voglia di impegnarsi nella lettura delle parole che mi hanno ispirato, prima della preannunciata cresta, un breve riassunto sul succo del discorso (o almeno ciò che io ritengo tale): omologazione.

Abbastanza esaustivo? Me lo auguro, perché non ho intenzione di andare oltre nello spoiler: le parole di quel post sono preziose e vanno lette, non riassunte. Probabilmente scriverò cose simili, ma non uguali e comunque con una prospettiva differente e un pregresso che non può non contaminare il mio punto di vista.

Omologazione, che ne dite: vi piace come parola?

Io anche se più o meno inconsapevolmente, l’ho sempre avuta come nemica. Quindi a me proprio non piace.

Da ragazzo avevo i capelli molto lunghi ben prima dell’uscita di Nevermind e so cosa significhi essere “diverso” dagli altri, almeno per quanto riguarda i canoni estetici accettabili dai benpensanti, di cui rigurgita esemplari arcigni la mia piccola e rancorosa cittadina. Per mia fortuna a casa mia, pur non approvando, accettavano (grazie anche per quest’ottimo emblema). Poi è finalmente uscito Nevermind ed i capelli lunghi sono diventati più comuni e meno strani, meno da drogato. Uno stravagante vezzo, tutto sommato accettabile. Non erano poi così fuori omologazione. Erano omologanti per un tipo di persona: per quelli che vogliono fare gli originali, che non è per forza un eroinomane, ma solo uno che vuole distinguersi, per fare il figo. Io che ce li ho avuti, forse volevo dire qualcosa, ma soprattutto volevo averli così. Punto. Per me era normale, non mi vedevo diversamente da così.

Il guaio è però venuto quando ho cominciato a non ascoltare più la musica che ascoltano tutti, quando Nevermind non mi bastava più e a non provare interesse per libri, film e programmi che creavano i tormentoni e allora troppo spesso, per non dire quasi sempre, mi trovavo a dover giustificare con delle capriole che, no, quella battuta non mi faceva ridere e che no, quel film proprio non l’avevo visto e nemmeno m’interessava vederlo. Ho passato anni a giustificare i miei gusti e quindi com’ero. Molti amici non me l’hanno mai perdonata, soprattutto quando, dopo un’oggettiva difficoltà a trovare il canale giusto e grazie, probabilmente ad un fortunoso cambio di vento, l’essere “originale” mi portava ad essere “interessante” per le ragazze, nonostante le mie discutibili fattezze ed i capelli lunghi.

Mi ricordo ancora, in particolare, di quella volta in Grecia; eravamo una dozzina di ormonati neopatentati in vacanza. Erano i primi ’90 e là le nostre paghe dei lavoretti estivi erano patrimoni generosi con cui dedicarsi a gozzoviglie e sboroneggiamenti. Io, pur non rinunciando a copiosi acquazzoni di Amstel a tirar nello stomaco “l’Ouzo me pago che nerò” e a decine di Saraghi alla griglia, leggevo (molto più di oggi, ahimé). Non ricordo di preciso cosa, ma cose che ai più sembravano da intellettuali: soprattutto ai miei compagni di vacanza. Platone, Benni, Stendhal, Verga, Hesse, Pennac, Sartre, Lovecraft: un bel minestrone, insomma. Idee confuse, ma anche una buona dose di genuina curiosità e soprattutto l’indole anticonformista. O meglio, contro l’omologazione: mica m’interessava se nella norma chi leggeva Platone, poi non si perdeva in sentimentalismi con Pennac o in fantasie noir con Lovecraft. Per farla corta: arriva questa meravigliosa ragazza Serba: Helena. Un’apparizione che ammutolisce la banda, come lo straniero che entra nel saloon. Ci  fa cascare la bava e tirare fuori i pettorali: a tutti. Rivedendo foto del periodo, anche se non mi ricordavo affatto così, devo dire fra l’altro che all’epoca non ero nemmeno messo così male e facevo la mia porca figura. Tutti addosso a questo splendore balcanico, insomma e io nell’affollamento mi son sempre sentito a disagio. Poi nella nostra ciurma c’erano delle indiscutibili icone sexy della Piastrella Valley post paninara: meglio ritirare i pettorali, rimettersi a leggere e non pensarci nemmeno, per non finire poi a farsi del male da soli. Loro avevano tutte le cose al posto giusto e con la firma giusta. Mi ero abituato a ragionare così, solo che non avevo tenuto conto che Helena non veniva da Piastrella Valley. Morale della favola, ad Helena piacevo io. E a limonare in spiaggia con Helena, dopo pochi giorni andai io. I miei amici smisero di prendermi per il culo perché leggevo e perché ascoltavo musica strana. Non lo capivano, allargavano le braccia sconsolati e gridavano all’ingiustizia. Capirono però che non erano, come pensavano, più fighi di me: era Piastrella Valley che li aveva resi tali. L’omologazione vale solo in confini ristretti. In quel caso, me ne accorsi pochi anni dopo, molto ristretti.

Immagine

Piastrella Valley mi ha poi fatto pagare cara Helena: oserei dire con gl’interessi. Essere fuori dal coro, tornò ad essere un problema serio e non solo con le ragazze dell’opulenta provincia caolinica. Lei, però, mi ha salvato dallo sberleffo degli amici, che ancora se la ricordano e quando mi presentano a qualcuno, anche oggi dicono roba tipo: è uno strano, ma occhio, che la sa lunga, pensa che una volta in Grecia…e blah, blah, blah. Prima dicevano solo che ero strano, ma che alla fine ero a posto, dandomi una pacca, come a dimostrare che non ero contagioso. È il loro modo per chiedermi scusa per avermi preso in giro e giudicato uno sfigato, immagino. Gente pragmatica, che guarda ai risultati.

Piccoli momenti di gloria a squarciare il pesante fardello della rinuncia, non per scelta, ma per istinto all’omologazione. Un dramma, l’omologazione. Una brutta bestia dura a morire e che bulleggia chiunque non la riconosca come unica via.

L’omologazione alle tradizioni, alla sessualità, alla moda, all’umorismo, che è sempre esistita, ma che mi pare stia portando sempre tutto più verso il basso da diversi anni a questa parte. L’omologazione ha bisogno di segni distintivi forti, immediati e indiscutibili. Ma ora tutto gira molto rapidamente e l’obbligo di trovare continuamente nuovi punti di riferimento, costringe alla fretta e nella fretta, si sa, difficilmente si possono fare le cose per bene, con qualità o quantomeno con un senso.

L’omologazione è la via più semplice per non avere problemi, o meglio, per evitare responsabilità, per vivere leggeri e, apparentemente felici, ma anche per finire nell’oblio, per arenarsi nella stasi, per svilire gli uomini e l’umanità: soprattutto sé stessi. Canta, come le sirene di Ulisse, per attrarre le proprie vittime e appena a tiro le stordisce, le ingloba e piano, piano inizia a scioglierne le coscienze, che sminuzza in molecole di una poltiglia grigia, dentro la quale fermentano risentimento, invidia, ignoranza, stupidità e tanta frustrazione.

Fermenta il becero, dove è un problema colorarsi i capelli, ma non digerire le ingiustizie. Che è normale esistano: almeno così dice il pensiero comune, che sarebbe poi quello omologato, seguendo il buon senso (che per chi non è al corrente della mia opinione sul così detto buon senso, può saperne di più leggendo qua).

A furia di omologare, lo abbiamo fatto anche con l’orrore. Rinchiusi nel guscio che l’omologazione ci garantisce pensiamo di essere innocenti rispetto a tutto e persino immuni dalle brutture che questa ci porta a pensare come inevitabili.

Sarà che mia madre fin da piccolo mi ha sempre ripetuto “se tutti si buttano nel pozzo, tu li segui?!?”, ma io sono da sempre piuttosto sospettoso con le cose che fanno tutti: poi a volte, anzi, spesso, mi succede di aggregarmi o almeno di provarci, ma non ho mai avuto paura di difendere il diritto a non farlo e ad andare da solo dalla parte che ritenevo più giusta. Non mi piace andare da solo, sia chiaro, ma se è l’unico modo per essere se stessi, lo accetto. Accolgo, non senza sofferenza, ma con molta serenità, ciò che mi viene naturale fare. E non si commetta l’errore di ridurre il tutto ad un futile problema di “compromessi”, che qui non si sta parlando se andare a mangiare la pizza o il gnocco fritto. Non voglio fare come mi pare a tutti i costi! Semplicemente non accetto di calpestare la mia dignità, solo per paura di camminare solo. L’importante è sentirsi sul sentiero giusto, fuori dal coro e in pace con la propria indole. Non c’è peggior solitudine di chi allontana sé stesso fino al punto di non sapersi più riconoscere o addirittura rinnegarsi.

V’invito dunque a fare come Paolo: anche se non approvate, abituatevi ad accogliere. Lui parla dei figli (del futuro a cui insegnare la libertà o quantomeno a cui non impedire d’imparare ad essere liberi), io aggiungo che non è troppo tardi farlo anche con sé stessi. Chi è Paolo? Leggete il post che mi ha ispirato e lo scoprirete.

Tarpare le ali è un’atroce tortura: se pensate davvero sia utile per il vostro bene e di quello di chi amate, temo siate incappati in una brutale distorsione dovuta all’ipnosi del canto delle sirene dell’omologazione.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...